Quali motivazioni causano la criminalità?

15/2/2019

Frequentemente, nel corso della storia, la psicologia, l’antropologia e la sociologia si sono occupate di spiegare e motivare il fenomeno della criminalità. E’ sicuramente un comportamento vario, in cui è possibile rintracciare diverse cause, legate a differenti contesti di vita e condizioni sociali. Ma possiamo rintracciare un filo rosso che ci aiuti a darne un'interpretazione?

 

Un’analisi che trovo interessante è quella dei primi del ‘900 fornita da Merton che si servì del concetto di Anomia, formulato precedentemente, per spiegare la devianza negli USA.

Merton parlò di mete sociali (cioè costruite socialmente, condivise nella società di appartenenza attraverso tutte le situazioni del vivere comune) e mezzi accettabili per raggiungerle (quei mezzi che la società considera legittimi per produrre la propria scalata verso il successo).

 

Merton definì l’anomia come una discrepanza tra mezzi e fini prodotta dalla struttura sociale di appartenenza che spesso propone delle mete senza che vengano forniti a tutti i mezzi per conseguirle. La devianza poteva essere spiegata come il sintomo, violento e comunque ingiustificabile, di una organizzazione della società dentro la quale le mete culturalmente definite come desiderabili e i mezzi messi a disposizione sono separati, e addirittura disponibili solo per una parte della popolazione.

 

E’ quindi il senso di ingiustizia ad alimentare il sentimento dell’illegalità?

Io credo che la proposta di definizione di Merton sia manchevole di un aspetto fondamentale: quello del rapporto tra la persona e la società. Vi è, in quella teoria, un interessante approfondimento delle meccaniche sociali, ma non si guarda al fatto che ogni singola persona si rapporta a quelle condizioni in modo differente. Potremmo banalizzare dicendo “non tutte le persone svantaggiate dal nostro sistema, diventano criminali”.

 

C’è quindi un rapporto, il quale forse è poco indagato, tra i vincoli imposti dal contesto di appartenenza e chi vi si relaziona. Psicoanaliticamente si parla di difese, meccanismi che entrano in gioco per tutelarci dalle sconfitte, e ce ne sono di più o meno funzionali, più o meno distruttive.

 

Donald Winnicott, psicoanalista inglese, parla di "tendenza antisociale" per indicare quell'insieme di comportamenti tendenti alla distruzione del sistema circostante e ne ricostruisce la storia. I ragazzi seguiti da Winnicott sono ragazzi istituzionalizzati, che hanno vissuto gravi carenze affettive e materiali e il loro rapporto violento con il mondo è il risultato dell'agito della loro rabbia, insicurezza, chiusura, timore e di quanta violenza hanno subito loro stessi.

 

Winnicott, in modo rivoluzionario per l'epoca, sposta l'intervento rivolto a questi ragazzi dal punitivo-rieducativo, allo psicanalitico, cioè restituisce loro il significato simbolico dei loro agiti aiutandoli a maturare la capacità di gestire i traumi e i lutti subiti.

Sviluppare Difese “evolute” significa sviluppare la capacità di reagire alle ingiustizie, ai limiti, alle frustrazioni in un modo che permetta di non danneggiare se stessi o gli altri.

Crediti e bibliografia

 

Murales: Banksy, Sito web

 

Filmato: Donald Winnicott, The School of Life, video

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Dr.ssa Valentina Scarozza - Psicologo a Roma, Colleferro, Frosinone - Iscrizione Albo regionale del Lazio n° 23583

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