Zimbardo, Stanford e il sovranismo

31/5/2019

Nel 1971, lo psicologo americano Philip Zimbardo condusse un esperimento di psicologia sociale tanto famoso quanto controverso: l’esperimento della prigione di Stanford.

Esso prevedeva l'assegnazione, ai 24 volontari selezionati per parteciparvi, dei ruoli di guardie e
prigionieri all'interno di un carcere simulato realizzato ad hoc all’interno della facoltà di Psicologia dell’Università di Stanford.

L’esperimento doveva durare due settimane ma i suoi esiti furono drammatici: dopo soli due giorni iniziarono a verificarsi i primi episodi di violenza e in capo ad altri quattro si giunse all’interruzione anticipata, dovuta all’estrema immedesimazione nei ruoli. Le guardie carcerarie manifestavano tendenze sadiche, mentre i prigionieri dopo una prima fase aggressiva e di rifiuto mostravano passività e depressione.

Sulla base dell’esperimento carcerario, Zimbardo formulò la “teoria della de-individuazione”, la quale sostiene che gli individui di un gruppo coeso, tendono a perdere l'identità personale, la consapevolezza, il senso di responsabilità, alimentando la comparsa di impulsi antisociali.


Diversi anni dopo, nel 2001, due psicologi britannici, Alex Haslam dell’università di Exeter e Steve Reicher dell’università di St. Andrews, provarono a riprodurre l’esperimento di Stanford: nella loro versione i secondini non si adattarono facilmente al loro ruolo, i detenuti si ribellarono e gli attriti tra i due gruppi portarono a un nuovo regime in cui alcune guardie si coalizzarono con alcuni detenuti, creando un sistema di potere simile a quello della prigione di Stanford.
Haslam e Reicher ne conclusero che le condizioni per la creazione di un sistema tirannico sono che si formi autonomamente un gruppo di potere in cui c’è una leadership ben definita e, secondariamente, che la leadership gruppo definisca un progetto di "governo" autoritario.

 

Entrambe le versioni dell’esperimento sembrano rendere ragione alle idee sulle quali fanno 

perno, ovvero quella “teoria delle folle” che risale all’antropologo francese Gustave Le Bon, il quale dipingeva le masse come forze permeate di sentimenti autoritari e d'intolleranza, capaci di produrre una mente collettiva entro il quale l'individuo si sente deresponsabilizzato e viene privato dell'autocontrollo, ma che rende anche le folle tendenti alla conservazione e orientabili da fattori esterni, e in particolar modo dal prestigio di singoli individui che emergono in seno alla massa stessa.
Mi sembra utile sottolineare alcuni dei termini scelti dagli autori, come identità personale e senso di responsabilità, soprattutto in tempi di sovranismo, di slittamento verso radicalismi conservatori, affermazione di tendenze autoritarie e difesa dei confini, spesso a discapito di vite umane. Sembra essere un tempo in cui conservare la propria etnia, la propria religione e la propria lingua dalla possibilità di confusione con altre etnie, religioni e lingue risulti essere fondamentale, e proprio come in quel progetto di governo autoritario, sono emerse le figure carismatiche che trainano il resto della folla. Poco spesso, però, nei pensieri di questa folla compare la comprensione profonda di quanto si sta dicendo, la compassione e l'empatia per l'altro che è vittima di questo autoritarismo.

Crediti e bibliografia

 

Filmato : Persone normali che diventano mostri, TED febbraio 2008, Video

 

Foto: Campagna elettorale Cetto Laqualunque, Antonio Albanese

 

Teoria: P. Zimbardo, Effetto Lucifero, Random House, 2007;

A. S. Haslam, S. D. Reicher, M. J. Platow, Psicologia del Leader. Identità, influenza e potere, Il Mulino, 2013

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Dr.ssa Valentina Scarozza - Psicologo a Roma, Colleferro, Frosinone - Iscrizione Albo regionale del Lazio n° 23583

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