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Il Coronavirus negli studi di psicoterapia

Tra colleghi, o almeno con alcuni di essi, ci si interroga di frequente sugli avvenimenti dell'attualità. Lo trovo un esercizio difficile e fondamentale perchè la psicologia clinica non cada nel peggiore dei suoi mali: relegarsi dentro stanzette ben arredate e trasformarsi in un'elegante eloquenza, frivola quanto carina, destinata all'inutilità dei salotti borghesi.

Io, che credo invece alla psicoanalisi come ad una presenza necessaria alla nostra società, cerco di utilizzarne le sue categorie per capire il mondo che è fuori da quelle stanzette, per altro sempre più spesso arredate all'Ikea, invece che a Le Corbusier.

E così, in questi giorni, non si può far a meno di interessarsi, psicoanaliticamente, alla risposta del mondo al virus Covid-19. E' inevitabile esserne bombardati mediaticamente, sentirne la presenza nei discorsi in metro oppure in fila alla cassa, assistere agli sketch dei comici sull'argomento, al punto che mi è stato difficile poter pensare ad una riflessione che non fosse invischiata in tutta questa frenetica attività.


L'illuminazione mi è arrivata leggendo un articolo di Luca Sofri pubblicato nel blog Wittgenstein il 23 Febbraio, di cui voglio condividere con voi la parte finale: "La paura dell’ignoto ci è così estranea, che cerchiamo di trasformarla in paure di qualcosa di noto anche dove il noto non c’è. Il noto fa molto meno paura (come dimostra il solito esempio delle morti da influenza stagionale, che sono ogni anno molto maggiori ma ci spaventano meno). Dovremmo riabituarci a pensare in quei termini antichi: nelle nostre vite potrebbe entrare un rischio nuovo che non conosciamo, dobbiamo fare quello che sappiamo utile, e intanto vivere il resto delle vite con ragionevoli prudenze ma senza delirio. Ma non è facile, e per ora siamo nella più classica delle situazioni in cui i danni reali (alle convivenze, alle economie, alla società) li fa la paura.".

Il confronto con l'ignoto è un tema centrale di un certo approccio alle relazioni umane: quanto una persona riesce a riconoscere, nel mondo che abita, spazi di incertezza, di inconoscibilità, di mistero e porsi in relazione a questi con curiosità, ironia e con la predisposizione a condividere le proprie incomprensioni. L'alternativa è quella di rendere fintamente noto l'ignoto, attribuendogli tutte le nostre fantasie in modo proiettivo, che raccontano molto di più come siamo piuttosto di come è l'altro, e questo è il caso della "psicosi Coronavirus". Ci si immagina l'altro, l'esterno ignoto, in modo complementare alle nostre fantasie, in modo che queste trovino conferma, e poi, senza rendersene conto, si va a caccia di elementi di realtà che fungano da piedistallo su cui tenere tutto in bilico. E' un movimento ordito dalla nostra paura di non avere gli strumenti necessari ad affrontare, sopravvivendo, qualcosa di infinitamente variabile.


Forse quello che varrebbe la pena recuperare, in tutto questo parlare delle nostre reazioni alla minaccia Coronavirus, è la comprensione degli atteggiamenti più scomposti, allarmistici, effettivamente pericolosi per le convivenze, l'economia e la società (citando Sofri), ma, comunque, figli degli stessi rapporti di convivenza che mettono in pericolo.

 

Crediti e bibliografia


Foto: Dario Pomodoro, Immagine senza titolo


Video: Notizie che non lo erano, Luca Sofri, Internet Festival 2015, video


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